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Guantánamo e Corte Suprema: una partita a scacchi per i diritti dei prigionieri

Il "sistema" Guantánamo, che ancora racchiude nel suo limbo centinaia di prigionieri, è stato congeniato allo scopo di perseguire precisi obiettivi.

Il governo ha determinato le circostanze della cattura dei prigionieri, il loro trasferimento nella base a Cuba, la scelta del sito della struttura di detenzione, il trattamento e gli abusi ai danni dei detenuti, la negazione dei diritti processuali e umanitari, la segretezza mantenuta sulle prove a carico dei prigionieri e il modo con cui siano state ottenute o estorte, le pervicaci limitazioni dei contatti con familiari e legali.

Il risultato che l'esecutivo USA ha cercato di ottenere, quindi, era non solo di fare di Guantánamo un simbolo e un monito, ma anche di isolare, indebolire e spogliare i prigionieri - qualsiasi fossero le presunte colpe o ruolo nel terrorismo internazionale - di ogni difesa nei confronti di chi si era arrogato il compito di giudicarli. Il governo ha poi proceduto a disumanizzare ed estraniare i reclusi anche davanti agli occhi dell'opinione pubblica dipingendoli come feroci terroristi e criminali assetati di sangue, perpetue minacce alla sicurezza della collettività. Facendo leva sulla paura del dopo 11 settembre, ai cittadini statunitensi è stata proposto il concetto che i reclusi di Guantánamo non fossero meritevoli di un normale processo giudiziario in quanto colpevoli a prescindere e che fosse sufficiente la parola del presidente o dei suoi collaboratori per condannarli.

L'amministrazione di Washington ha creato anche un nuovo palinsesto legale e giuridico in cui inserire e gestire queste persone. Essi non sono prigionieri di guerra o detenuti in attesa di giudizio, ma "combattenti nemici illegali" per i quali non esiste solo una prigione ad hoc, ma sono previsti anche tribunali speciali, leggi speciali, procedure speciali, tutte sotto il completo controllo dell'esecutivo che accentra il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario.

L'opposizione al "sistema" Guantánamo, in un primo momento, si è limitata alle organizzazioni non governative come Amnesty International e a poche e coraggiose voci dissonanti negli USA. Una minaccia certamente prevista dal governo Bush. Così come era stata preventivata la possibilità che organismi internazionali come le Nazioni Unite o la Croce Rossa potessero avanzare obiezioni, ma ciò che forse l'esecutivo di Washington aveva sottovalutato era la possibilità che altri organismi dello stato sfidassero la strategia della "guerra al terrore".

Quando i primi elenchi di prigionieri di Guantánamo hanno cominciato a filtrare sugli organi di informazioni, i familiari dei detenuti e anche ONG attive in difesa dei diritti umani hanno potuto ingaggiare avvocati che presentassero istanze presso le corti federali statunitensi. Iniziava in questo modo una lunga sfida legale tra i rappresentanti dei prigionieri e il governo Bush.

In realtà, inizialmente, il governo ha avuto gioco facile nelle cause presso le corti federali inferiori, le quali hanno sovente confermato i poteri governativi, ma il primo serio rovescio risale al 28 giugno 2004. In quella data la Corte Suprema, dopo aver deciso di prendere in considerazioni alcune richieste di appello presentate dai legali di diversi prigionieri, emette il proprio responso nel caso Rasul contro Bush. I giudici, con un verdetto di 6 a 3, stabiliscono che le corti federali degli USA abbiano giurisdizione sui detenuti di Guantánamo e quindi possano essere competenti per esaminare le richieste di habeas corpus dei detenuti (cioè la possibilità di comparire di fronte a un giudice indipendente per conoscere le ragioni dell'arresto ed eventualmente contestarle) e stabilire se la loro detenzione sia legale o meno.. Tuttavia il governo cerca di aggirare quanto stabilito dai giudici creando il Combatant Status Review Tribunal (CSRT - Tribunale di revisione dello status dei combattenti), un organismo amministrativo di revisione articolato in commissioni composte da tre militari che dovrebbero stabilire se i detenuti siano «combattenti nemici». I prigionieri compaiono di fronte al CSRT senza avere l'assistenza di un legale e rischiando che contro di loro possano essere utilizzate prove tenute segrete. Molti reclusi boicottano le udienze, ma nonostante queste azioni i CSRT riconoscono come "combattenti nemici" la maggior parte dei prigionieri esaminati. Le autorità istituiscono anche degli organi di revisione incaricati di rivedere annualmente la posizione dei detenuti riconosciuti come "combattenti nemici", si tratta dell'Administrative Review Board (ARB - Comitato di revisione amministrativa). Anche in questo caso i detenuti subiscono questa inchiesta senza accesso a un consiglio legale e con la possibilità di essere accusati in base a evidenze che non potranno controbattere o smentire. Sia il CSRT sia l'ARB fanno fare uso di testimonianze e confessioni ottenute con l'ausilio di tecniche coercitive o torture.

La sentenza del giugno 2004 segna un punto di svolta perché anche i giudici federali delle corti inferiori, da questo punto in poi, cominciano a dare ragione alle istanze degli avvocati difensori stigmatizzando l'atteggiamento governativo di completa negazione delle garanzie di giusto processo. Esemplificativa di questo nuovo atteggiamento è la sentenza di un tribunale federale del gennaio 2005 che stabilisce come i CSRT siano inadeguati a garantire i diritti costituzionali dei prigionieri.

Dopo la decisione della Corte Suprema, ha inizio anche una serie di contromosse da parte dell'esecutivo, sia, come già accennato, con l'istituzione di organi amministrativi destinati a garantire una qual forma di revisione della situazione legale dei reclusi, sia promulgando leggi volte a rafforzare le prerogative governative. Nel dicembre 2005, il Congresso approva il Detainment Treatment Act (DTA). Questa legge è certamente migliorativa per quanto riguarda il divieto di compiere abusi e torture sui prigionieri nelle mani degli USA, ma limita il diritto dei detenuti di Guantánamo a presentare petizioni di habeas corpus, impedisce loro di inoltrare appelli riguardanti il trattamento ricevuto e le condizioni di detenzione di fronte alle corti federali statunitensi e consente che le prove ottenute con la coercizione (e quindi anche con la tortura) possanno essere prese in considerazione ed utilizzate dalle commissioni militari. Ancora una volta il governo tenta di togliere l'habeas corpus ai tribunali federali cercando di rigettare ogni appello pendente in modo retroattivo.

Occorre più di un anno prima che si arrivi a un nuovo capitolo del confronto tra esecutivo e Corte Suprema. Il 29 giugno 2006, il massimo tribunale statunitense si pronuncia con un verdetto 5 a 3 sulla causa Hamdan contro Rumsfeld. Non solo viene bocciata l'applicazione retroattiva del DTA, ma i giudici sentenziano che le commissioni militari siano illegali e violino le Convenzioni di Ginevra. Questa decisione rappresenta un duro colpo per la strategia unilaterale e discrezionale del governo, ma non proibisce il ricorso a tribunali speciali per processare i "combattenti nemici". Semplicemente afferma, pur sottolineando che i detenuti abbiano diritto a godere di quanto previsto dalle Convenzioni di Ginevra, che il presidente non abbia il potere di processarli secondo quanto stabilito dal Military Order, emanato da Bush in forma di decreto senza passare attraverso una discussione parlamentare. Così formulato, il verdetto lascia aperta la possibilità per l'esecutivo di far approvare una legge dal Congresso che istituisca tribunali speciali per i terroristi e quindi andare avanti con i procedimenti a Guantánamo.

La reazione del governo Bush non si fa attendere e nell'ottobre 2006 il Congresso approva il Military Commissions Act (MCA) che conferma molte delle prerogative presidenziali in materia di terrorismo. La legge conferma l'istituzione dei tribunali militari per processare i "combattenti nemici" e il loro sistema legale parallelo, lontano dagli standard internazionali in materia. Gli imputati vengono privati del diritto dell'habeas corpus, vengono limitati nell'accesso a legali di loro scelta e potranno comunque, sotto certe condizioni, essere giudicati in base a prove mantenute segrete o estorte con la tortura. Inoltre viene assicurato al presidente il potere di decidere chi debba essere considerato "combattente nemico" e quali reati costituiscano "gravi violazioni" delle Convenzioni di Ginevra: di fatto il presidente sarà l'unico a decidere cosa sia un crimine di guerra o contro l'umanità e chi debba essere processato per tali violazioni (sia nemico sia statunitense). L'approvazione della legge provoca forti proteste in tutto il mondo e anche negli Stati Uniti, mentre i legali dei prigionieri annunciano che si appelleranno per dimostrare l'incostituzionalità della nuova legge.

Le istanze contro quanto previsto dal MCA arrivano, e questa è storia recente, nell'aula della Corte Suprema il 5 dicembre 2007. I giudici esaminano le cause Al Odah contro Stati Uniti e Boumediene contro Bush allo scopo di pronunciarsi ancora una volta sui diritti dei detenuti di Guantánamo. Dopo alcuni tentennamenti, i magistrati accettano di esaminare le richieste di appello presentate dai legali di alcuni detenuti contro la pretesa del governo e del Congresso di impedire ai reclusi di appellarsi alle corti federali ordinarie, limitandone di fatto la giurisdizione. L'approvazione del Military Commissions Act nell'ottobre 2006 aveva messo in legge l'esclusione dei "combattenti nemici" dall'iter processuale ordinario lasciandoli alla mercé delle commissioni militari di Bush, quindi la sentenza della Corte Suprema riguardo alle due cause rappresenta anche un test di costituzionalità della legislazione stessa. Secondo gli analisti, queste cause segnano il punto più alto dello scontro tra il potere esecutivo (ma anche legislativo) e quello giudiziario riguardo la gestione di Guantánamo e dei suoi ospiti.

La decisione è attesa per la metà del 2008.

Guantánamo in cifre

Soltanto uno dei detenuti di Guantánamo è stato condannato dalle commissioni militari...
  • L'11 gennaio del 2008 segna il 6° anniversario del primo trasferimento di detenuti a Guantánamo.
  • Nei primi sei anni di attività, vi sono stati trasferiti 781 prigionieri.
  • A maggio 2008, 269 detenuti di 30 diverse nazionalità (la maggioranza yemeniti) si trovavano ancora a Guantánamo senza accusa ne processo.
  • A maggio 2008, secondo quanto dichiarato dalle autorità statunitensi, circa 65 detenuti sarebbero idonei per il rilascio o il trasferimento.
  • Secondo il Dipartimento della Difesa USA, circa 80 prigionieri dovrebbero essere giudicati dalle commissioni militari.
  • Soltanto uno dei detenuti di Guantánamo è stato condannato dalle commissioni militari. Nel marzo 2007 David Hicks, cittadino australiano, si è dichiarato colpevole di sostegno al terrorismo nell'ambito di un patteggiamento che prevedeva la fine della sua reclusione in custodia statunitense, già durata cinque anni, e il rientro in Australia, dove sta scontando altri 9 mesi di detenzione.
  • A maggio 2008, in tutto sarebbero 14 i detenuti incriminati per essere processati dalle commissioni militari. Solo il processo nei confronti di David Hicks è stato celebrato.
  • Per sette di loro, il Pentagono intende chieder la pena di morte.
  • Tra il 2002 e maggio 2008, 507 detenuti sono stati rilasciati da Guantánamo e trasferiti in altri paesi, tra cui Afghanistan, Albania, Arabia Saudita, Australia, Bahrain, Bangladesh, Belgio, Danimarca, Egitto, Federazione Russa, Francia, Giordania, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Maldive, Marocco, Mauritania, Pakistan, Regno Unito, Spagna, Sudan, Svezia, Tagikistan, Turchia, Uganda e Yemen.
  • Circa l'80% di questi prigionieri sono stati detenuti in isolamento nei Campi 5, 6 e nel Campo Echo.
  • Il Campo 6, di più recente costruzione, è designato per ospitare 178 detenuti ed è l'area in cui le condizioni di detenzione sono le più dure. I detenuti rimangono in isolamento per almeno 23 ore al giorno in celle individuali prive di finestre.
  • Almeno 4 persone attualmente detenute a Guantánamo erano minori di 18 anni al momento dell'arresto. Due di loro sarebbero destinate al processo di fronte alle commissioni militari.
  • Almeno 4 detenuti si sarebbero suicidati.
  • Molti altri hanno tentato di togliersi la vita.
  • Un prigioniero è deceduto per cause naturali.
  • La cattura dei detenuti di Guantánamo è avvenuta in oltre dieci paesi diversi. Nessuno di essi ha avuto la possibilità di vedere un magistrato.
  • Un'analisi condotta sui casi di circa 500 detenuti ha concluso che soltanto il 5% di loro è stato catturato direttamente dalle forze statunitensi; l'85% è stato catturato dalle forze dell'Alleanza del Nord in Pakistan e in Afghanistan e trasferito sotto custodia statunitense, spesso in cambio di qualche migliaio di dollari.
  • Nel settembre 2006, 14 prigionieri sono stati trasferiti a Guantánamo, dopo essere stati detenuti in segreto dalla CIA per 4 anni e mezzo.
  • 5 persone sono state trasferite a Guantánamo nel corso del 2007. Un'altra nel 2008.
  • Non si conosce la situazione di oltre 30 persone, che risulta siano imprigionate nell'ambito del programma di detenzioni secrete della Cia (Central Intelligence Agency) né è dato sapere quante persone si trovino in stato di detenzione segreta nell'ambito dello stesso programma.
  • Diverse centinaia di persone rimangono sotto custodia statunitense presso la base aerea di Bagram in Afghanistan, senza la possibilità di accedere a un avvocato o a un magistrato.

Autorizzati al rilascio: ancora a Guantanamo

A maggio 2008, circa 65 persone che erano ancora detenute a Guantánamo alla fine, sono stati dichiarati idonei al rilascio o al trasferimento dalla base. Secondo le informazioni in possesso di Amnesty International tra essi ci sarebbero cittadini di diversi paesi: Afghanistan, Algeria, Cina (Uighuri), Egitto, Iraq, Giordania, Libia, Marocco, Arabia Saudita, Somalia, Sudan, Tunisia, Uzbekistan, West Bank e Yemen. Decine di loro non possono ritornare ai loro paesi di origine, perché una volta lì, sarebbero a rischio di tortura e di altre violazioni dei diritti umani. Sono quindi trattenuti in detenzione a tempo indeterminato.
Nessuno di loro è mai stato accusato di alcun reato da parte delle autorità statunitensi, men che meno condannato.

Il governo degli USA ha chiesto ad altri paesi di accettare detenuti di Guantánamo anche se non loro cittadini, ma finora solo l'Albania ha accettato, e solo nel caso in cui i detenuti non fossero stati dichiarati "combattenti nemici". La riluttanza di altri governi ad accettare potrebbe esser stata aggravata dalla procedura con cui i detenuti vengono autorizzati al rilascio dalla base, una procedura che lascia l'etichetta di "combattente nemico" attaccata a quelli che hanno bisogno di una nuova patria.
Le raccomandazioni per il rilascio dei detenuti dalla base sono fatte dai Comitati di Revisione Amministrativa, costituiti da militari che annualmente rivedono i casi dei "combattenti nemici" detenuti a Guantánamo. I comitati possono fare affidamento su informazioni segrete che i detenuti non possono vedere, voci riferite che non possono controbattere efficacemente e informazioni estorte in condizioni illegali, anche con tortura e maltrattamenti. I comitati possono esprimere solo uno dei seguenti tre giudizi, ovvero "rilascio incondizionato verso il paese del detenuto o un terzo paese"; "trasferimento nel paese del detenuto o in un terzo paese a determinate condizioni "; o "proseguimento della detenzione sotto custodia statunitense". Amnesty International pensa che l'assenza di un debito processo significa che gli uomini di Guantánamo vengono detenuti arbitrariamente, in violazione della legge internazionale sui diritti umani. Tutti dovrebbero avere il diritto di verificare la legalità della propria detenzione di fronte ad un tribunale indipendente e imparziale, senza ulteriore attesa. Chiunque rimanga in detenzione dovrebbe essere accusato di atti riconosciuti come reati e portato di fronte ad una corte, in pieno accordo alla legge internazionale, o altrimenti rilasciato con piena protezione contro qualsiasi ulteriore abuso.

MOHAMMED HUSSEIN ABDULLAH

"Mi hanno preso in piena notte... Mi sono chiesto per tutto il tempo, continuo a chiedermelo e lo chiedo a loro: qual è la mia colpa? Cosa ho fatto? E nessuno mi risponde."

Mohammed Hussein Abdullah è un cittadino somalo di 62 anni che ha lasciato la Somalia nel 1967. Gli è stato concesso lo status di rifugiato delle Nazioni Unite nel 1993 e ha vissuto con la sua famiglia dal 1993 in poi nel campo rifugiati di Jolazai, vicino a Peshawar in Pakistan. E' sposato e ha 11 figli. Al momento dell' arresto lavorava come insegnante nel campo rifugiati. Mohammed Hussein Abdullah è stato preso dalla sua casa da militari pakistani e statunitensi, durante un'irruzione in case nel campo rifugiati, sospettate di ospitare al-Qa'ida. E' stato detenuto a Bagram, in Afghanistan, prima di essere trasferito a Guantánamo. E' stato autorizzato al rilascio dal Comitato di Revisione Amministrativa nel 2005, ma non si è potuto farlo rientrare in Somalia, dove rischierebbe detenzione, tortura e "sparizione forzata".

ALI ABDUL RAHMAN MOHAMMED TAYEEA

"Non volevo dire niente che mi avrebbe potuto rimandare in Iraq. Ho il terrore di tornare in Iraq."

Ali Abdul Rahman Mohammed Tayeea, un cittadino iracheno, è stato imprigionato in Iraq nel 1996 per assenza senza permesso dall'esercito. Nel 1998, dopo il suo rilascio, è fuggito dall'Iraq e ha vissuto in diversi paesi prima di andare in Afghanistan, dove ha lavorato come autista per i Talebani. Ad un certo punto, la sua unità si è arresa all'Alleanza del Nord e l'uomo è stato portato alla prigione di Qala-I Junghi a Mazar-e-Sharif. Più tardi è stato consegnato all'esercito statunitense e detenuto a Kandahar, prima di essere trasferito a Guantánamo. E' stato autorizzato al trasferimento da Guantánamo nel 2005, ma non può essere rimandato in Iraq, per la sua stessa sicurezza.

ABDUL RA'OUF AL-QASSIM

"Si è innervosito e ha detto: non voglio tornare in Libia, a nessuna condizione." Ufficiale dell'esercito USA che aveva intervistato Abdulal-Qassim

Abdul Ra'ouf al-Qassim, un cittadino libanese, è stato autorizzato al trasferimento da Guantánamo nel 2005, ma, se fosse tornato in Libia, avrebbe rischiato gravi violazioni dei diritti umani, tra cui tortura e pena di morte dopo un processo non equo. Abdul al-Qassim ha servito nell'esercito libico per sette anni. E' fuggito nel 1990 ed è andato in Afghanistan. Durante l'invasione armata guidata dagli USA nel 2001, lui e la moglie incinta sono fuggiti in Pakistan dove è stato arrestato e consegnato alle autorità statunitensi e più tardi trasferito a Guantánamo. Le autorità statunitensi lo hanno accusato di associazione ad un gruppo di opposizione libanese non autorizzato, un'accusa che lui nega. Queste accuse lo mettono particolarmente a rischio in Libia.

AHMED BELBACHA

"Dice che la sua cella a Guantánamo è come una tomba e che, anche se sembra folle, preferirebbe stare in quelle condizioni che tornare in Algeria. Il fatto è che è molto, molto spaventato da quello che potrebbe succedergli in Algeria." L'avvocato di Ahmed Belbacha

Ahmed Belbacha è stato autorizzato al trasferimento da Guantánamo nel febbraio del 2007. Teme che se fa ritorno in Algeria, suo paese natale, sarà torturato o ucciso. E' fuggito dall'Algeria dopo aver ricevuto minacce di morte e ha chiesto asilo nel Regno Unito. Mentre la sua richiesta di asilo era sotto esame, è andato in Pakistan, dove è stato arrestato e consegnato all'esercito USA e quindi trasferito a Guantánamo. Le autorità britanniche hanno dichiarato che non faranno richieste a suo favore, dato che non era ancora legalmente un residente nel Regno Unito, prima della sua detenzione. Nell'agosto 2007, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il suo appello contro il rimpatrio in Algeria. Sembra che il rischio di essere rimandato in Algeria sia imminente. Anche se è stato autorizzato al trasferimento, Ahmed Belbacha rimane nel Campo 6, il peggiore di Guantánamo dove i detenuti rimangono in isolamento almeno 22 ore al giorno, in celle singole di acciaio, senza finestre sull'esterno.

AGITE ORA

Per favore scrivete alle autorità competenti, chiedendo loro di intraprendere le seguenti azioni:

AL GOVERNO USA

Assicurare che tutti i detenuti di Guantánamo abbiano accesso ai tribunali, così che possano verificare la legalità della propria detenzione. Si devono cercare anche soluzioni sicure, eque e legali per chiunque sia stato già autorizzato al rilascio o al trasferimento. A questo fine, gli USA dovrebbero:

  • Instituire un procedimento equo e trasparente per verificare se ognuno di loro possa tornare con sicurezza al proprio paese di origine o se bisogna trovare un'altra soluzione.
  • Impegnarsi a non rimpatriare con la forza un detenuto in un paese in cui sarebbe a rischio e a non cercare o non accettare assicurazioni diplomatiche dai governi per giustificare il ritorno di un detenuto in un paese in cui è a rischio.
  • Offrire ai detenuti la possibilità di chiedere asilo negli USA:
  • Accusare di atti identificabili come reati chiunque rimanga in detenzione e processarlo davanti a un tribunale indipendente e imparziale, non davanti a una commissione militare, o rilasciarlo con piena protezione contro abusi ulteriori.


AGLI ALTRI GOVERNI

Considerare seriamente e continuamente la possibilità di ricevere i detenuti che sono stati autorizzati al rilascio o al trasferimento da Guantánamo, ma che per ragioni di sicurezza non possono tornare nei loro paesi di origine.

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